Lug 10

Con l’arrivo in Italia dei primi accoppiatori telefonici per Apple II e con i modem a 300 baud autocostruiti, gli smanettoni finalmente realizzarono uno dei sogni più assurdi che all’epoca si potesse concepire: “viaggiare” con il computer.

Ovviamente non si parlava certamente di Internet, che era ancora un oggetto misterioso il cui nome era sussurrato con circospezione nei centri di calcolo delle università, dove i nuovi sacerdoti in camice bianco consacravano la loro vita alla missione di tenere in funzione macchine a dir poco elefantiache, che tutto sembravano tranne che computer, ma di ITAPAC, la rete dedicata SIP per la trasmissione dati. A quei tempi uno degli sport preferiti, se non il preferito in assoluto dell’italiano telematico era frequentare il QSD (una messaggeria francese basata su Minitel) alla ricerca delle gentili presenze femminili… E’ inutile dire che di contro, uno degli hobby più in voga tra i transalpini era fingersi delle signorine telematiche e darla a bere agli immensi eserciti di tecno-latin-lover che si dilettavano in questa gitarelle fuori porta (seriale).

Invece, molto più interessante è ciò che accadeva su due computer Altos e il loro gemello Altger. Erano in pratica due macchine UNIX sulle quali, per la prima volta in Europa, fu installato qualcosa che somigliava ad un IRC server. Ma che cosa avevano di particolare queste due macchine? Nulla, a parte il fatto di essere divenuti il ritrovo dell’hacking di mezza Europa. Certamente si trattava di passatempi innoqui, dove gli appartenenti a un club davvero esclusivo si scambiavano indicazioni tecniche, password ma soprattutto parlavano di vari argomenti, formando una vera e propria comunità. Il Software era molto complicato da utilizzare, in pratica si trattava di una shell a carattere, punto e basta; ma non era un ostacolo insormontabile, non certo per chi era animato da un’insopprimibile voglia di comunicare e di conoscere.

Alcune leggende telematiche affermano che i frequentatori di quei computer, raccogliendo i risultati della loro esperienza e della loro passione, ora siano diventati in pratica degli esperti in doppiopetto che lavorano nei settori più diversi dell’Informatica, dalla stampa specialistica, alla sicurezza.

Lug 9

Dopo avere visto il film, mi misi alla disperata ricerca di un accoppiatore acustico, l’apperecchio sul quale poggiava la cornetta telefonica che si vede nel film, ma purtroppo nessun negoziante della mia zona aveva mai sentito parlare. Qualcuno che ne sapeva qualcosa mi disse che in Italia non ne arrivavano, visto che non ci sarebbe stato nulla a cui collegarsi. L’unica possibilità che mi restava era una scheda autocostruita che, tramite un CB, permetteva di collegare due computer. Mio padre aveva un baracchino, sul suo pulmino, ma l’HAM RADIO, così si chiama, anche se lo scoprii molto dopo, non mi affascinava, e poi i miei amici computer-muniti non avevano il CB; per questi motivi la cosa cadde nel nulla, ma dentro di me il sogno di collegarmi continuava a rimanere vivo.

Tale desiderio era così forte che, prendendo spunto da un listato BASIC trovato su una rivista, il quale simulava il film WAR GAMES, e dopo averlo personalizzato e ampliato con delle routine vocali e un elenco simulato di correntisti del Banco di Roma, presi dall’elenco telefonico, organizzai uno scherzo ai miei amici. Li invitai a casa mia per giocare con i videogame, ma invece di caricare i videogiochi, dissi loro che potevamo collegarci con una banca e, dopo aver simulato un collegamento del computer con la linea telefonica di casa, lanciai il programma. Ci trovammo subito di fronte a una password, entrammo e ci si prensetò un elenco di correntisti di una banca, sul quale mi creai subito un conto, versando parecchi soldi (so benissimo che una cosa del genere fa solo sorridere oggi, ma vi assicuro che i miei amici ci credettero veramente). A quel punto avveniva una cosa molto strana: i caratteri del video diventavano delle spurie e di colpo ci trovavamo catapultiti dentro un computer della base NATO, che ci avvisava di missili in arrivo a Comiso…e poi una voce sintetica iniziava a ululare “ALLARME, ALLARME, INTRUSO NEL SISTEMA DI DIFESA” e un numero progressivo iniziava la scansione dei numeri di telefono fino a che, cifra dopo cifra, trovava il numero di casa mia. Allora io spegnevo in fretta e furia il computer e, eccitatissimo, gradiavo agli amici: “Ci hanno scoperto! Forza, andate via e non ditelo a nessuno, mi raccomando”.

Tutto ciò mi diede una sensazione indescrivibile, e per la prima volta sentii tutto il fascino che l’eplorazione dei sistemi esercitava su di me: volevo a tutti i costi collegarmi, esplorare ogni angolo della rete, vedere se c’era qualcosa dentro la quale entrare, non so perchè, non so spiegarlo neanche a me stesso, ma so soltanto che era ed è qualcosa di viscerale, di innato che, imparando tecniche e metodi, ho avuto la possibilità di tirare fuori. Parlando con altri Hacker, ho capito che questa sensazione è condivisa da tutti: ecco perchè nessuno vive questa trasgressione come un reato ma anzi la vede come un diritto, come un gioco, come qualcosa di positivo; è come se, tutto ad un tratto, giocare a nascondino diventasse una colpa, perchè i portieri dei condomini così possono tenere gli ingressi e i cortili in ordine, ma che, stiamo scherzando…

Col tempo ho bucato molti siti sul serio, e quando l’ho fatto la prima volta è stato come se un sogno di un bambino si fosse realizzato, come se i giochi della mia infanzia in realtà non fossero finiti mai.

Tutt’ora, quando ho un po’ di tempo, continuo a farlo, e penso che, anchge se in maniera sempre meno compulsiva, continuerò finchè le mie conoscenze tecniche me lo permetteranno.

Lug 7

Dopo un po’ riuscii a convincere i miei a comprare il drive per i dischetti da 5 e un quarto, e la stampante: fu uno scoop clamoroso; ora potevo sviluppare completamente quel Software di gestione dell’archivio della mia collezione di lattine, potevo caricare giochi con tempi decine di volte inferiori a quelli del registratore di cassette, potevo stampare i listati dei programmi, potevo scrivere lettere… era fantastico.
Non dimenticherò mai per tutta la mia vita il comando:

LOAD <<&>>, 8,1

che serviva per caricare la directory del dischetto del C64 e poi visualizzarne il contenuto con un semplice

LIST

Ora avevo un sistema completo per l’epoca, potevo copiare agevolmente i programmi da dischetto a dischetto, e ogni dischetto conteneva ben 720K.
I dischetti erano single face, cioè erano fatti in modo che si potesse scrivere su una sola faccia, ma nel giro degli smanettoni ben presto si scoprì che si poteva aggirare agevolmente questo limite, facendo una tacca uguale a quella che c’era sul lato fruibile del dischetto per permettere al drive di scrivere anche sull’altro. In fondo il disco era magnetico da entrambe le parti, e quindi tutti i dischetti single face diventavano automaticamente double face, con un considerevole risparmio economico e il conseguente aumento di K disponibili, e sinceramente non so quale dei due concetti fosse prioritario. A quel punto accadde una cosa che segnò la mia vita di “smanettone”: uscì nelle sale cinematografiche il film War Games.

Quello che provai vedenolo non si può descrivere, non era semplice desiderio di emulazione del mitico ragazzino, era qualcosa di più: decisi dentro di me che, se era possibile con un computer e un modem collegarsi tramite il telefono ad altri computer, io dovevo farlo. La sua camera, quelle atmosfere da Centro di calcolo, i due tipi che dicono “sarà una backdoor”, quell’atmosfera, io la sentivo mia, non si parlava di Hacker, non mi interessavano i computer del Pentagono, mi interessava collegarmi, sapere, conoscere; invidiai da morire quel ragazzino che poteva andare tranquillamente in un centro di supercalcolo americano, dalle mie parti non esisteva nulla di simile.

Lug 5

Era piu’ forte di me, non mi bastava avere degli apparecchi elettronici, dovevano capire come funzionavano e modificarli a mio piacimento perchè facessero altre cose, per le quali magari non erano stati progettati, ma che piacevano a me. A undici anni mi venne il trip per lo stereo o ‘Hi-Fi in genere. Con un giradisci da pochi soldi ( non potevo permettermi altro) potevo fare poco, quindi l’aparecchio subi’ moltissime  modifiche: LED a tempo di musica, presa per le cuffie, casse maggiorate e autocostruite, interfacciamento con un registratore in modo da poter registrare i disci e ascoltare le cassette amplificando il tutto con l’amplificatore del giradischi. Lo so, non sono cose da scienziato, ma a undici anni e nel 1979 non era da tutti :).

Quando avevo quattordici anni, una curatissima campagna publicitaria lancio’ in italia gli home computer, o microcomputer che dir si voglia, il vic-20, il commodore 64, lo ZX-Spectrum, l’apple II. Non potei resistere e, dopo un accurato lavoro di social enginering con la mia famiglia, che non era certo ricchissima e che quindi non riteneva di vitale importanza dotare il proprio figlio di un computer per giocare, tenendo conto che di norma smontava tutto, e aiutato dagli sport che assicuravano che con questo computer le prestazioni scolastiche sarebbero migliorate notevolmente, riuscii a strappare un bellissimo Commodore 64 (in realtà avevo puntato all’Apple II, ma il costo era troppo elevato per le finanze dei miei, e il Vic-20 per fortuna era troppo picccolo, e così il compromesso raggiunto tra me, appena tornato a casa, mio padre e il negoziante fu il Commodore 64). La prima sera, appena tornato a casa, mi incollai a quel gioiello e divorai il manuale; non riuscii a staccare prima delle 3:00, fra la gioia e l’ira dei miei, felici nel vedermi studiare il manuale di quell’aggeggio infernale e preoccupati per il mio tirar tardi.

Riuscii a far cambiare colore ai caratteri e allo schermo e a realizzare il mio primo programma in BASIC, che penso sia stato il primo di tutti quelli che hanno usato un computer con il BASIC in ROM:

READY!
LIST
10 PRINT “PIPPO”
20 GOTO 10
RUN
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
BREAK
READY!

Nel giro di pochi giorni ero già abbastanza pratico del BASIC del C 64, e iniziai a procurarmi del videogame e altri programmi, su cassetta. Infatti il vecchio C 64 aveva come memoria di massa delle normali audiocassette, che venivano lette e scritte da un regostratore interfacciato.

Ma al di là delle considerazioni tecniche, quello che mi colpì già da allora era la “febbre di sapere” che questa macchina mi stava facendo nascere dentro, ero come innamorato, non riuscivo a pensare ad altro; quando  mi concetravo su un problema di Programmazione, durante il giorno, mentre facevo altre cose, avevo sempre una parte di me che rimaneva concentrata sul problema e provava automaticamente tutte le possibilità fino a quando di colpo, a volte mentre dormivo…Bingo! la soluzione. Dovevo solo andare al C 64 e provarla, era uno sballo, sembrava che con impegno, concentrazione e applicazione, avresti potuto fargli fare tutto quello che desideravi.

Nel frattempo arrivano i tempi della scuola: ero iscritto al primo anno di “ragioniere programmatore”, e già sapevo programmare in BASIC decentemente, usavo matrici e vettori, facevo le subroutine grafiche, gli sprite insomma, stavo già provando in quel periodo i file dati sequenziali, una sorta di base dove poter memorizzare dati per poi chiamarli e manipolarli da un programma BASIC. Ma il registratore a nastri era troppo lento per queste operazioni, l’hardware non bastava; è una costante della mia vita ed è una delle motivazioni principali che mi hanno sempre spinto a fare hacking: la mancanza di risorse adeguate alle mie esigenze.

A scuola, dopo solo pochi giorni scoprii che esisteva un famigerato CED che sembrava però accessibile solo a quelli del quinto anno: noi matricole del terzo non potevamo mettere le mani sul bestione IBM serie 1, grande come un frigorifero e con ben cinque terminali e due stampanti collegate. Si poteva lavorare in cinque sullo stesso computer wow!, e poi quello aveva il disco rigido e i floppy, era meraviglioso, dovevo metteri sopra le mani, non potevo resistere. Il professore di Informatica dopo alcuni giorni ci portò al CED e ci fece vedere un programma di editor a schermo intero; ma eravamo in trenta divisi su cinque terminali, e nessuno doveva metterci le mani sopra. Il professore ci disse chiaramente che almeno il primo anno lì dentro ci saremmo poco, molto poco, e io non potevo aspettare.

Così in maniera del tutto naturale iniziai con quella che poi scoprii trattarsi di tecnica di social engineering; io volevo solo arrivare a mettere le mani sul quel computer, non importava i che modo, ma dovevo arrivarci; quindi, iniziai a uscire di classe per andare in bagno, e invece di andare a fumare o altro, mi intrufolavo di soppiatto nel CED che non era supervisionato da un professore, ma da assistenti di laboratorio, giovani neo-diplomati che si erano guadagnate le grazie dei prof. di Informatica e quindi avevano trovato lavoro subito dopo il diploma. E così, da dietro le spalle di quelli del quinto anno, iniziai a capire cosa si poteva fare con quel computer: per mia disgrazia scoprii che non c’era il BASIC, ma dei compilatori FORTRAN e COBOL, linguaggi che ci avrebbero spiegato al IV e V anno, scoprii chwe per usare la macchina ci voleva un account e che ognuno aveva il suo spazio sul disco rigido, iniziai a bombardare di domande l’assistente di laboratorio, che sembrava avermi preso in simpatia. Non passava momento che non scappassi al CED, le mie ore di ricreazione le trascorrevo lì, le ore di diritto e di italiano, che pensavo materie inutili al fine di usare un computer, le trascorrevo il più possibili lì dentro.

E nel giro di pochi mesi avevo imparato come fare programmi in FORTRAN e compilarli, conoscevo le procedure.

Le mie giornate trascorrevano cos’ tra un algoritmo a scuola, la traduzione in BASIC dello stesso a casa, e la traduzione a sua volta gli escamotage per poterlo digitare e compilare sull’S/1.

Iniziavano a uscire le prime riviste sul C 64 e sugli home computer e alcuni signori lungimeranti aprivano negozietti che vendevano giochi e programmi copiati per C 64 e ZX Spectrum. Iniziavano a delinearsi due scuole, due bande, quelli del Commodore e quelli del Sinclair; ci si ritrovava spesso negli stessi negozi e si discuteva sulle possibilità delle macchine. Quelli che oggi sono diventati negozi rispettabili e pieni di hardware costoso erano veri e propri buchi, i cui proprietari per lo più erano degli appassionati un po’ più grandi di noi che avevano visto in questo aggreggio una possibile fonte di guadagno. Ricordo ancora il listato attaccato al muro con il titolo dei giochi e il numero preogressivo per trovarli nel negozio: un tabulato stampato con una otto aghi, appiccicato al muro con scotch, era il listino dei giochi. Ci sentivamo pionieri di un mezzo favoloso e che avevamo capito solo in pochi, lo scambio di programmi allora era perfettamente legale, non esistevano leggi sul Software, in Italia il concetto di Software era ancora una cosa riservata agli addetti ai lavori e a noi quattordicenni innamorati dei videogame.

Lug 4

Che posso dire… l’hacking ha sempre fatto parte di me; sin da quando ero un bambino, passavo pomeriggi interi a smontare le macchinine per capire come funzionavano, e come funzionavano i meccanismi dei motorini che contenevano all’interno; mi piaceva un sacco smontarle, capire i meccanismi interni che mi permettevano di azionare una leva e di far correre le mie piccole, mi piaceva renderle diverse, modificarle, farle sembrare addirittura dei go-cart… tutto questo quando avevo appena sei anni.

Mi è sempre piaciuta l’elettricità e l’elettronica, il mondo fantastico dei circuiti elettrici: non mi bastava usarli, dovevo capirne il funzionamento e modificarlo come volevo; piegare l’elettronica alla mia volontà mi ha sempre dato un senso di onnipotenza e soprattutto di soddisfazione, cosa che non ho mai provato con nient’altro. A sette anni, insieme ad un compagno di scuola costruimmo, seguendo un manuale di fai da te, un rudimentale telegrafo con il filo. Fu un’esperienza incredibile; dal terzo piano di casa sua al piano terra riuscivamo a parlarci con l’alfabeto morse, semplicemente facendo toccare due barrette di legno con all’estremità un pezzo di rame, e dall’altro capo, attraverso un piccolo altoparlante, potevamo ascoltare le vibrazioni lunghe o corte dei nostri messaggi morse. Fu meraviglioso, stavamo ore e ore a giocare con il nostro bellissimo telegrafo; era solo nostro, l’avevamo costruito noi con vari pezzi di radio, filo, tavolette di legno, batterie trovati in giro, in pratica era nostro.

Avevamo imparato l’alfabeto morse per comunicare facilmente con il nostro telegrafo, e stavamo cercando un metodo per farlo arrivare fino a casa mia, in modo da poterci parlare con il nostro mezzo di comunicazione esclusivo; purtroppo però, la distanza e i palazzi posti tra le nostre due abitazioni c’impedirono di portare a termine l’impresa, lasciandoci così con la voglia di realizzare, prima o poi, qualcosa almeno di simile una volta diventati grandi….

La storia continua in un prossimo articolo…

Lug 3

L’Italia legislativa soffre di una singolare schizofrenia. Da una parte è soffocata da un numero enorme di leggi, decreti, regolamenti, circolari ed ordinanze che si occupano di questioni fondamentali per la vita della nazione, come la tutela del marchio del prosciutto; dall’altra è protagonista di ritardi storici nel regolare fenomeni “insignificanti” come l’Informatica o l’ambiente, che in altri paesi hanno trovato ben altro accoglimento. Sta di fatto che fino agli inizi del 1993 che razza di pesce fosse il Software non lo sapeva dire con esattezza nessuno.

In assenza di una normativa specifica, come spesso succede, l’onore (o la responsabilità, a seconda dei punti di vista) di stabilire delle coordinate è toccato alle aule di giustizia; per ciò che riguarda questo periodo dunque, più che di leggi è il caso di palare di sentenze.

L’analisi della giurisprudenza suggerisce interessanti cinsiderazioni.
Teoricamente si potevano scegliere due modelli di protezione legale del Software: uno è quello della tutela brevettuale (considerando cioè il programma come un prodotto a tutti gli effetti, analogamente ad un televisore o ad un frigorifero); l’altro è quello dell’applicabilità del diritto d’autore (paragonando Windows 95 alla Divina Commedia, cioè ad un’opera letteraria, meglio, un’opera dell’ingegno).

Molti giudici italiani, anche se non unanimamente, hanno scelto questa seconda via, comìnfermata peraltro anni dopo da una direttiva comunitaria. Nel corso degli anni Ottanta si è comunque registrata una contrapposizione netta fra chi sosteneva l’applicabilità della legge sul diritto d’autore (l.d.a.) e chi invece emanava sentenze di segno opposto.
I fautori del sì basavano le loro decisioni sul presupposto che il Software potesse essere classificato come una creazione intellettuale e quindi come un’opera d’ingegno tutelata dalla l.d.a.

Sulla base di quanto assunto è stato quindi ritenuto legittimo, ad esempio, concedere anche per il Software il provvedimento di sequestro o descrizione previsti dall’art. 161 l.d.a.
Ma sbaglieremmo a pensare che siano tutti rose e fiori.
La giustificazione teorica che ha spinto i giudici a servirsi della l.d.a. risponde al nome di analogia. Un principio giuridico fondamentale vuole che quando non c’è una legge adatta a regolare una specifica questione, il giudice ricerchi fra tutte le altre quella più compatibile con il caso concreto.

Ora, nel caso del Software, i problemi applicativi sorgono perchè la l.d.a. prevede oltre a rimedi civili anche sanzioni penali per la riproduzione illecita delle opere tutelate. Il punto è che, se in materia civile il ricorso alla tecnica dell’analogia è legittimo e comunemente utilizzato, quando si passa in ambito penale le cose cambiano drasticamente e l’analogia è assolutamente vietata.

Di conseguenza, se la legge non parla espressamente di Software, non si può mandare sotto processo qualcuno estendendo la portata della norma penale anche a casi non specificamente previsti.
Su questa linea si sono poste alcune illuminate sentenze, anzi in altri casi - e a prescindere dal discorso del divieto di analogia - è stata radicalmente esclusa l’applicabilità della legge in questione, ribaltando il principio dei fautori del sì e affermando che il programma, quale set di istruzioni, non è che un mezzo per ottenere dei risultati.

Ulteriori complicazioni sono emerse quando qualcuno si è chiesto - e non per semplice curiosità - in che modo fosse possibile tutelare un videogioco. Se infatti ci voleva un enorme sforzo di fantasia per vedere un campo da tennis nelle quattro righe, tracciate a schermo dal caro vecchio Pong, già con le prime consolle la situazione si complicava alquanto.
Sostenere che un foglio elettronico non è un’opera letteraria è abbastanza ragionevole e infatti, come si è visto, la giurisprudenza è altalenante sul punto. Nel caso dei videogiochi la cosa è molto diversa, perchè istintivamente si è portati ad assimilarli a cose quali un cartone animato o a un film, lasciando in secondo piano le questioni tecniche sottintese.

Puntuale specchio di tale incertezza è ancora una volta l’aula di giustizia, dalla quale emergono segnali contrastanti.
In un caso risalente al 1982 è stata esclusa l’applicabilità della legge sul diritto d’autore, tesi ripresa oltre un anno dopo da un giudice padovano.
Un ragionamento radicalmente diverso lo fa il Tribunale di Torino, che nel luglio del 1983 afferma che l’opera cinematografica della quale parla la legge sul diritto d’autore è una categoria generale che prescinde dalle modalità concrete di realizzazione, e quindi un gioco elettronico ben può essere considerato alla stregua di un film. Cinque anni dopo a simili conclusioni dello stesso tipo giunge anche il Tribunale di Milano.

Questo stato gassoso si sarebbe condensato - qualche tempo dopo - in una strana legge approvata in recepimento di una direttiva comunitaria che venne applicata la prima volta durante l’Italian Crackdown, di cui parleremo in seguito…

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