Era piu’ forte di me, non mi bastava avere degli apparecchi elettronici, dovevano capire come funzionavano e modificarli a mio piacimento perchè facessero altre cose, per le quali magari non erano stati progettati, ma che piacevano a me. A undici anni mi venne il trip per lo stereo o ‘Hi-Fi in genere. Con un giradisci da pochi soldi ( non potevo permettermi altro) potevo fare poco, quindi l’aparecchio subi’ moltissime modifiche: LED a tempo di musica, presa per le cuffie, casse maggiorate e autocostruite, interfacciamento con un registratore in modo da poter registrare i disci e ascoltare le cassette amplificando il tutto con l’amplificatore del giradischi. Lo so, non sono cose da scienziato, ma a undici anni e nel 1979 non era da tutti :).

Quando avevo quattordici anni, una curatissima campagna publicitaria lancio’ in italia gli home computer, o microcomputer che dir si voglia, il vic-20, il commodore 64, lo ZX-Spectrum, l’apple II. Non potei resistere e, dopo un accurato lavoro di social enginering con la mia famiglia, che non era certo ricchissima e che quindi non riteneva di vitale importanza dotare il proprio figlio di un computer per giocare, tenendo conto che di norma smontava tutto, e aiutato dagli sport che assicuravano che con questo computer le prestazioni scolastiche sarebbero migliorate notevolmente, riuscii a strappare un bellissimo Commodore 64 (in realtà avevo puntato all’Apple II, ma il costo era troppo elevato per le finanze dei miei, e il Vic-20 per fortuna era troppo picccolo, e così il compromesso raggiunto tra me, appena tornato a casa, mio padre e il negoziante fu il Commodore 64). La prima sera, appena tornato a casa, mi incollai a quel gioiello e divorai il manuale; non riuscii a staccare prima delle 3:00, fra la gioia e l’ira dei miei, felici nel vedermi studiare il manuale di quell’aggeggio infernale e preoccupati per il mio tirar tardi.
Riuscii a far cambiare colore ai caratteri e allo schermo e a realizzare il mio primo programma in BASIC, che penso sia stato il primo di tutti quelli che hanno usato un computer con il BASIC in ROM:
READY!
LIST
10 PRINT “PIPPO”
20 GOTO 10
RUN
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
PIPPO
BREAK
READY!
Nel giro di pochi giorni ero già abbastanza pratico del BASIC del C 64, e iniziai a procurarmi del videogame e altri programmi, su cassetta. Infatti il vecchio C 64 aveva come memoria di massa delle normali audiocassette, che venivano lette e scritte da un regostratore interfacciato.
Ma al di là delle considerazioni tecniche, quello che mi colpì già da allora era la “febbre di sapere” che questa macchina mi stava facendo nascere dentro, ero come innamorato, non riuscivo a pensare ad altro; quando mi concetravo su un problema di Programmazione, durante il giorno, mentre facevo altre cose, avevo sempre una parte di me che rimaneva concentrata sul problema e provava automaticamente tutte le possibilità fino a quando di colpo, a volte mentre dormivo…Bingo! la soluzione. Dovevo solo andare al C 64 e provarla, era uno sballo, sembrava che con impegno, concentrazione e applicazione, avresti potuto fargli fare tutto quello che desideravi.
Nel frattempo arrivano i tempi della scuola: ero iscritto al primo anno di “ragioniere programmatore”, e già sapevo programmare in BASIC decentemente, usavo matrici e vettori, facevo le subroutine grafiche, gli sprite insomma, stavo già provando in quel periodo i file dati sequenziali, una sorta di base dove poter memorizzare dati per poi chiamarli e manipolarli da un programma BASIC. Ma il registratore a nastri era troppo lento per queste operazioni, l’hardware non bastava; è una costante della mia vita ed è una delle motivazioni principali che mi hanno sempre spinto a fare hacking: la mancanza di risorse adeguate alle mie esigenze.
A scuola, dopo solo pochi giorni scoprii che esisteva un famigerato CED che sembrava però accessibile solo a quelli del quinto anno: noi matricole del terzo non potevamo mettere le mani sul bestione IBM serie 1, grande come un frigorifero e con ben cinque terminali e due stampanti collegate. Si poteva lavorare in cinque sullo stesso computer wow!, e poi quello aveva il disco rigido e i floppy, era meraviglioso, dovevo metteri sopra le mani, non potevo resistere. Il professore di Informatica dopo alcuni giorni ci portò al CED e ci fece vedere un programma di editor a schermo intero; ma eravamo in trenta divisi su cinque terminali, e nessuno doveva metterci le mani sopra. Il professore ci disse chiaramente che almeno il primo anno lì dentro ci saremmo poco, molto poco, e io non potevo aspettare.
Così in maniera del tutto naturale iniziai con quella che poi scoprii trattarsi di tecnica di social engineering; io volevo solo arrivare a mettere le mani sul quel computer, non importava i che modo, ma dovevo arrivarci; quindi, iniziai a uscire di classe per andare in bagno, e invece di andare a fumare o altro, mi intrufolavo di soppiatto nel CED che non era supervisionato da un professore, ma da assistenti di laboratorio, giovani neo-diplomati che si erano guadagnate le grazie dei prof. di Informatica e quindi avevano trovato lavoro subito dopo il diploma. E così, da dietro le spalle di quelli del quinto anno, iniziai a capire cosa si poteva fare con quel computer: per mia disgrazia scoprii che non c’era il BASIC, ma dei compilatori FORTRAN e COBOL, linguaggi che ci avrebbero spiegato al IV e V anno, scoprii chwe per usare la macchina ci voleva un account e che ognuno aveva il suo spazio sul disco rigido, iniziai a bombardare di domande l’assistente di laboratorio, che sembrava avermi preso in simpatia. Non passava momento che non scappassi al CED, le mie ore di ricreazione le trascorrevo lì, le ore di diritto e di italiano, che pensavo materie inutili al fine di usare un computer, le trascorrevo il più possibili lì dentro.
E nel giro di pochi mesi avevo imparato come fare programmi in FORTRAN e compilarli, conoscevo le procedure.
Le mie giornate trascorrevano cos’ tra un algoritmo a scuola, la traduzione in BASIC dello stesso a casa, e la traduzione a sua volta gli escamotage per poterlo digitare e compilare sull’S/1.
Iniziavano a uscire le prime riviste sul C 64 e sugli home computer e alcuni signori lungimeranti aprivano negozietti che vendevano giochi e programmi copiati per C 64 e ZX Spectrum. Iniziavano a delinearsi due scuole, due bande, quelli del Commodore e quelli del Sinclair; ci si ritrovava spesso negli stessi negozi e si discuteva sulle possibilità delle macchine. Quelli che oggi sono diventati negozi rispettabili e pieni di hardware costoso erano veri e propri buchi, i cui proprietari per lo più erano degli appassionati un po’ più grandi di noi che avevano visto in questo aggreggio una possibile fonte di guadagno. Ricordo ancora il listato attaccato al muro con il titolo dei giochi e il numero preogressivo per trovarli nel negozio: un tabulato stampato con una otto aghi, appiccicato al muro con scotch, era il listino dei giochi. Ci sentivamo pionieri di un mezzo favoloso e che avevamo capito solo in pochi, lo scambio di programmi allora era perfettamente legale, non esistevano leggi sul Software, in Italia il concetto di Software era ancora una cosa riservata agli addetti ai lavori e a noi quattordicenni innamorati dei videogame.